Le parole che curano - Casa di riposo Genova

Il nostro rapportarci agli altri non può mai essere neutrale, ogniqualvolta la nostra orbita transita nei pressi degli altri causa cambiamenti e di questo dobbiamo esserne consapevoli, soprattutto quando nella relazione noi siamo i caregivers.

Affinché ogni nostro agire sia effettivamente portatore di cura, abbiamo la responsabilità di sapere che ciò che diciamo e come lo diciamo ha delle ripercussioni sull’altro. Anche quando sono sullo sfondo, le parole non sono mai suoni che galleggiano nell’aria, possono invadere lo spazio privato dell’altro senza preavviso e senza permesso, possono disturbare, confondere, far male…. Per questo è importante non sottovalutare mai il luogo in cui siamo e le persone che lo abitano.

Quando svolgo le attività di gruppo con gli ospiti della casa di Riposo Residenza Serena mi adopero affinché tutti coloro che, a vario titolo, gravitano intorno o semplicemente transitano per svolgere le diverse attività di assistenza, rispettino il setting. Niente deve infrangere quel tempo e quello spazio, in cui ogni gesto e ogni parola sono parte attiva di un processo riabilitativo incentrato sulla Persona e sul suo benessere.

L’attenzione alle parole deve crescere in proporzione alla vicinanza con la persona a cui sono rivolte. Innanzitutto le parole ci devono essere, devono anticipare, accompagnare e spiegare ogni nostro agire, perché anche quando il nostro interlocutore sembra un guscio vuoto, in realtà non lo è mai del tutto. E’ precisa responsabilità di chi si prende cura di una persona “parlare”, affinché oltre che sentirsi accudita, si senta riconosciuta, vista, viva.

L’età, la sordità, la demenza non devono essere giustificazioni per il fallimento dei nostri scambi comunicativi. Non importa quante volte dovremo ripetere quello che dimenticano, non sentono, non capiscono. Le nostre parole dovranno essere sempre un dono, mai un’accusa o un rimprovero, come se essere anziano, sordo o demente fosse una colpa. Al di là della patologia c’è una persona, è lei che dobbiamo vedere, è a lei che dobbiamo parlare. Il solo ed autentico modo per farlo è conoscere chi è, chi è stata, la sua storia, la sua unicità. Evitando stereotipi quali “quando si invecchia si torna bambini”, omologando così due fasi della vita che, sebbene possano mostrare comportamenti simili, il processo che ha determinato quei comportamenti è ben diverso e distinto.

I nomignoli, i vezzeggiativi o altri appellativi (“tesoro”, “amore”), spesso usati anche da persone che si occupano dell’assistenza, contrariamente alla credenza comune non solo non fanno bene, ma sono dannosi (psicologia sociale maligna), potendo addirittura ingenerare peggioramenti nelle condizioni fisiche ed emotive. Fortunatamente è possibile anche il procedimento inverso, in cui le parole hanno il grande potenziale di controbilanciare il deterioramento dovuto all’invecchiamento fisiologico o patologico. Parole che fanno affiorare nuove tracce di benessere e che, se ripetute, lasciano un segno evidente e visibile, aumentando i livelli di fiducia, affettività, senso di efficacia e rallentando il declino cognitivo.

Vivere in un contesto in cui l’uso appropriato delle parole preserva l’essere Persona, permette l’esercizio della scelta, l’uso delle capacità residue, l’espressione dei sentimenti, la vita in relazione. Si innesca un circolo virtuoso, si riesce a recuperare una fiducia sufficiente per uno stile di vita espansivo in cui lo sguardo dal sé si allarga all’altro. Come una carezza, le parole di commiato che ogni venerdì pomeriggio gli ospiti mi rivolgono (“non vieni domani???”, “mi raccomando lunedì torna!” ”ci mancherai!”,” saluta tuo marito”….) mi confermano, ancora una volta, che le parole curano loro e curano me.

Dott.ssa Francesca Nota
Psicologa Residenza Serena Genova